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Naturalmente tale incubo, la sensazione incancellabile dello spossessamento e della frantumazione patita dalla lingua alienata, mercificata della modernità, viene avvertito anche dal poeta di Soligo, che reagisce attraverso una compensazione frenetica: si pensi alla ricerca di autenticità nel petèl, nel nativo dialetto solighese, nel balbettìo, nell’estensione abusiva di uno statuto verbo-nominale anche a prefissi, suffissi, desinenze, interiezioni e onomatopee, al citazionismo, e soprattutto all’esplosione di ideogrammi, che raggiunge il suo apice proprio tra Pasque e il Galateo.

Va segnalata, a questo proposito, la parentela con il Montale coevo di Satura" (21) .

C’è poi un secondo aspetto: la poesia di Zanzotto, che da Vocativo mostra una sempre crescente autoriflessività, si fa sempre più discorso sulla poesia attraverso la lingua del corpo, nell’articolarsi di innumerevoli paradigmi scientifici applicati, convoca con frequenza impressionante un altro fenomeno fisiologico di espulsione, il vomito.

E se si pensa ad un distico come «vivipara in effusa ovatura / cornucopiosa [come cacatura]» (Pasqua di maggio), nel quale il simbolo classico dell’abbondanza, la cornucopia, viene accoppiata alla "cacatura", non potrà non sorgere il dubbio che entrambe le deiezioni, ancorché tanto diverse, vengano ad assumere una valenza metapoetica, significando appunto la copiosissima musa di Zanzotto.

E in esso trova posto anche il tema del "residuo", declinato in direzione scatologica in particolar modo nella raccolta Pasque, del 1973, dove le due immagini-simbolo ricorrenti sono, appunto, lo sterco e l’uovo.

In proposito, Stefano Del Bianco annota: "In Pasque giocano un ruolo importante le figure escrementizie, emblematiche della densità insignificante cui perviene il reale al termine del processo di assimilazione e di ogni conoscenza.

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